Groenlandia: Non tutto il ghiaccio sciolto finisce in mare!

La Groenlandia è uno dei luoghi centrali dove poter studiare l’impatto del cambiamento climatico sulle nostre vite e l’ambiente. Infatti, lo scioglimento dei suoi ghiacci potrebbe avere forti ripercussioni sul breve e lungo termine. A breve, l’aumento dello scioglimento registrato di recente ha conseguenze sulla flora e sulla fauna locali, sulle rotte commerciali marittime e sulla produzione di energia idroelettrica; a lungo termine, l’impatto è globale, tramite l’alterazione delle correnti oceaniche, l’amplificazione del riscaldamento dell’Artico rispetto al resto del Pianeta e, ovviamente, con l’innalzamento del livello dei mari.Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che si concentrata lo studio pubblicato su Proceedings of the National Academies of Science(Pnas), la rivista scientifica pubblicata dall’Accademia delle Scienze statunitense.

Gli scienziati hanno sempre supposto un importante contributo all’innalzamento dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia in ragione del fatto che l’acqua, proveniente da neve e ghiaccio, fluisse in superficie attraverso fiumi e ruscelli scavati nel ghiaccio fino ad incontrare una “via di fuga” verso l’oceano, attraverso canali verticali chiamati in gergo moulinsper per poi sfociare nei mari circostanti tramite cascate spettacolari o, come scoperto di recente, attraverso canali sottomarini.

Recentemente, però, si sono accorti che qualcosa non tornava nei dati raccolti.

La scoperta è scaturita da un’incongruenza fra i dati da satellite e i risultati dei modelli. All’inizio gli scienziati ritenevano che le differenze fossero dovute ad errori nel modello ma, dopo una più accurata analisi, hanno scoperto che in realtà il modello era corretto ma mancava l’inclusione di un processo fisico che non pensavano fosse così importante: il ghiaccio agisce come una sorta di “spugna” nella quale una parte dell’acqua viene intrappolata.

Invece di comportarsi come una lastra rigida (così come assunto nei modelli), il ghiaccio può “marcire”, creando pori ed interstizi che vengono riempiti di acqua. L’inclusione di tale fenomeno riduce le discrepanze fra dati satellitari e risultati del modello e può alterare le stime delle proiezioni del contributo della Groenlandia all’innalzamento dei mari (che avvengono tramite modelli), migliorandole.

Attualmente, tali stime fanno quantificare la perdita a circa 270 miliardi di tonnellate all’anno, misurate tramite il satellite Gravity Recovery and Climate Experiment (Grace). Questa cifra corrisponde effettivamente alla quantità di ghiaccio persa dalla Groenlandia e finita in mare. Quello che però è stato scoperto è che parte dell’acqua derivante dallo scioglimento resta sull’isola.

Grace fu lanciato nel 2002 tramite una collaborazione tra Nasa e Agenzia spaziale tedesca, con lo scopo di misurare minuscole variazioni del campo gravitazionale terrestre. Tramite questo strumento è stato possibile, perciò, pesare quanta massa la Groenlandia perdeva ogni anno e conseguentemente, calcolare il suo contributo all’innalzamento dei mari.

Ora che gli ingegneri hanno spento i motori di Grace, la comunità scientifica resta in attesa di un suo erede, che avrà il difficile compito di misurare l’insostenibile leggerezza del nostro Pianeta e aiutare gli scienziati a migliorare i modelli per simulare un futuro inquietante ma che non può e non deve essere ignorato.

(fonte:http://www.repubblica.it)

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